Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna

“Essere donne è un privilegio”

Questa frase può sembrare un paradosso, se solo stiamo ai dati sconfortanti delle varie forme di violenza (fisica, psicologica, sessuale, economica …) a cui le donne nel mondo e in Italia sono sottoposte. Eppure, è quello che prova a insegnarci la filosofa Luisa Muraro, che ha speso la maggior parte dei suoi 80 anni al fianco delle donne, tra l’altro fondando a Milano la Libreria delle donne.

Nel libro Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna (Roma, Carocci, 2012), Muraro scrive che “è venuto il tempo di uscire dal paradosso dell’eccellenza femminile” (p. 54). Per far
questo – secondo la studiosa – serve “una schivata”, cioè una mossa come quella che fanno gli animali quando sono inseguiti dai predatori. Si tratta di “uscire di colpo dalle traiettorie del potere” (p. 39) e di fuggire certe semplificazioni, come quella di considerarsi vittime dell’ingiustizia maschile.

Muraro esorta invece le donne a “farsi giustizia da sé”, cioè ad impegnarsi in prima persona. Bisogna “vedere la realtà con criteri indipendenti dai valori dominanti e […] agire di conseguenza” (p. 66). Insomma: se lo sguardo cambia, cambia anche il paesaggio.

L’importanza di uno sguardo nuovo

Muraro racconta di come il mondo sia cambiato per lei quando ha sentito dentro di sé “che le
donne esistono per sé stesse, non come seconde, pari o complementari degli uomini”
. Questa
consapevolezza l’ha condotta a vedere che “contrariamente a quello che si supponeva, le donne
sono autrici di un gran numero di imprese memorabili”
(p. 68). Mutato lo sguardo, cambia il
mondo, e cambia anche il significato di categorie come uguaglianza, eccellenza, libertà e indipendenza femminili.

Ad esempio: vale la pena diventare come gli uomini – seguendo così una certa idea di
uguaglianza?

Per la filosofa, da sempre paladina della differenza femminile, l’eccellenza della donna è di tipo
diverso rispetto a quella del maschio: “Se qualcuno si mette a fare il conto dei capolavori e delle
scoperte, quanti gli uomini, quanti le donne, e fa notare che però gli uomini di più, la risposta può essere solo questa, che le donne avevano anche altro da fare, fra cui […] spendersi per i viventi e […] cercare la propria ricompensa nell’amore. Sì, avevano altro da fare e possiamo sbilanciarsi a dire che avevano di meglio da fare” (p. 72).

L’ eccellenza femminile

Nelle donne c’è quindi qualcosa che eccede il confronto con gli uomini, qualcosa di
incomparabile
. Gli uomini compiono grandi imprese, ma “fa paura quello che poi troppo spesso si lasciano dietro, come rotoli di filo spinato, lattine, carcasse, odi, confini tracciati a caso”.

Il privilegio di essere donna dà una grandezza di altro tipo, che viene incontro fra le cose
ordinarie della vita e arriva fino alle più straordinarie. Il fatto di fare carriera, di raggiungere posti importanti, di avere molti soldi, le aggiunge poco” (p. 15)

Stare sul crinale: libertà e indipendenza femminili

Spesso le donne rischiano di restare “intrappolate tra competizione e imitazione, tra rivalità e
complicità, tra emancipazione e liberazione” (p. 41). Secondo Muraro bisogna stare in equilibrio
tra queste alternative. Pensiamo alla libertà che le donne rivendicano: occorre trovare un punto
di equilibrio tra la dedizione totale e l’individualismo
o la parità ricalcati su modelli ed esigenze
maschili, così da escludere questi due estremi che sono entrambi mutilanti per la donna. Lo stesso vale per l’indipendenza: “non è quella che dice solo io e no” (p. 124), ma è quella che sa mantenere allo stesso tempo la relazione con l’altro, una relazione senza secondi fini.

Un privilegio da coltivare

Essere donne è quindi un privilegio, come lo era nascere nobili nelle società aristocratiche. La
grandezza delle donne è “come un abito di tutti i giorni ma disegnato da Valentino”
. Se lo si sa
portare, “allora cattedra o cucina non fa una differenza sostanziale” (p. 16).
Prendiamo coscienza di questo privilegio, accettiamolo e coltiviamolo, ed esso cesserà di essere un paradosso, perché “il paradosso è come la frutta secca che nasconde il suo buono in un guscio duro” (p. 53).

di Elena Rapetti

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